Conversazione con Lalla Roman

Lalla Romano è una delle più grandi scrittrici del Novecento, autrice di libri indimenticabili  come Le parole tra noi leggere, Premio Strega 1969. Nel 2000 per il primo numero di ev mensile di scrittura ricreativa Stefania Monteverde scrisse una lettera a Lalla Romano per chiederle un’intervista: non una mail, ma proprio una lettera. Il magazine era ancora un’idea in gestazione, Macerata una sperduta provincia, noi due anonime piene di passione. Eppure lei rispose ed aprì la sua casa. Lucia Tancredi fece un bellissimo racconto di quell’incontro. Lalla Romano morì il 26 giugno del 2001 nella sua amata casa di via Brera 17 a Milano, dove ci aveva dato appuntamento il 2 febbraio del 2000. Questa è la sua ultima intervista. 

      Alle undici abbiamo appuntamento con Lalla Romano. Abbiamo comperato per lei un piccolo mazzo di narcisi bianchi, un giovane li ha confezionati con cura dentro un involto di carta fermato da uno spago. Diciamo che ci pare di aver usato un piccolo riguardo nel presentarci in questo modo a Lalla Romano: fiori fuori stagione dal profumo troppo intenso celati pudicamente dalla carta. Come avrebbe detto lei “senza nessuna graziosità”. Siamo in anticipo, guardiamo la gente che passa, sciatta e silenziosa. Poi entriamo in un cortiletto con l’erba rasata, qualche albero di poca ombra. L’edificio è severo, poche linee, l’androne è di una geometria quasi ministeriale. Già immaginiamo di entrare nella sua casa, come dentro uno dei suoi libri: un mobilio essenziale, pochi oggetti leggeri, assoluti. E invece veniamo fatte accomodare in una stanza dove una sorta di stratificazione geologica ha accumulato nel tempo un caos minuzioso e allegro di libri, conchiglie, fotografie, cose della memoria. Una parete è piena dei suo dipinti; c’è un quadretto con un vaso di fiori bianchi, di un bianco che pare fatto di latte e cristallo. Nell’attesa mi guardo intorno: davanti a me sono impilati uno sopra l’altro le Poesie di Proust, L’atteinte de Dieu di Simone Weil – la laica e cartesiana Romano, chi l’avrebbe detto- e Il mio noviziato di Colette, nientedimeno!

      Entra Lalla Romano avvolta in una vestaglia turchese, si siede di fronte a noi, dice di chiudere le imposte, perché le arrivano lame di luce troppo cruda. Nella penombra mi pare di guardarla da una distanza profonda, azzurra. Antonino Ria le legge la nostra lettera in cui ci annunciamo dicendo di venire da una città vicina a quella in cui nasceva la scrittrice Dolores Prato. Come punta da un rammarico: “Hanno cominciato a tradirla subito, la Prato. Lei è morta senza sapere che qualcuno l’aveva capita. È un esempio tipico dell’incomprensione verso le donne da parte di donne dotate di potere che mancano di sensibilità”.  Ci sollecita una domanda.

      – Una scrittura al femminile esiste o e un principio ideologico?

 “La differenza c’è, ma non su un piano che conta. C’è una differenza nella natura, questa è una realtà: diventano ridicole le donne che vogliono assomigliare ai maschi. Non bisogna rinnegare la natura. Ma non bisogna ricondurre tutto alla natura. Nel campo del pensiero e della libertà non esiste sesso e non esiste un discrimine. Potrei dirvi che le Marche a mio avviso sono una regione di gente intelligente, penso alla Prato o a Volponi. Ma da questo non posso tracciare un discrimine”.

     Esita, riannoda un filo di parole che aveva perduto: “Lei, la Prato, deve essere morta disperata quando si è resa conto che la sua opera non era stata capita proprio da una donna. La Natalia Ginzburg aveva tagliato il suo libro perché troppo prolisso. Non era colpa sua, lei l’aveva in simpatia, lei difendeva le donne. Ma aveva idee un po’ ristrette rispetto all’arte ed al potere della parola. E poi subiva il fatto di essere in un centro di potere gestito dagli uomini”.

      – Dice la scrittrice Anna Maria Ortese che bisogna uscire da una vita senza aggettivi in cui le parole siano solo urlate e giungano sempre dopo l’azione. Come può la sua scrittura aver raggiunto tanta intensità riducendo al minimo gli aggettivi? 

 Sorride: “Questo consiglio lo dava guarda caso un politico, il presidente Luigi Einaudi. Diceva che bisognava togliere gli aggettivi o almeno riconoscere che sono solo ornamenti. Qualche volta sono importanti, ma devono essere rari, precisi”.  Chiede di velare ancora di più la luce, si scusa se la memoria non può essere sempre d’aiuto. In realtà ogni parola giunge puntuale, i suoi sensi sono meravigliosamente limpidi.

       – La parola nello spazio della scrittura come Può uscire dalla mera fisicità?

   “La parola ci fa uscire dalla fisicità. Dal corpo esce l’urlo, il singhiozzo, la ciacola. Ma la parola non deve essere ridotta nemmeno alla comunicazione. Comunicazione è anche praticità, vuol dire pure “Apri quella porta”. L’arte è suprema astrazione. C’è un tipo di arte, un tipo di gusto che chiamiamo astratta. Ma l’astrazione nell’arte vuol dire trasformazione umana della realtà, della vita che è cangiante e mutevole. Un autore del ‘700 francese, Joubert, diceva: “Mettete un libro in una pagina, una pagina in una frase, una frase in una parola”. Il massimo dell’astrazione significa non assenza di significato, ma intensità. La creazione artistica non ha mai uno scopo, è essa stessa lo scopo. Il mio maestro di pittura Casorati soleva dire: “L’arte è sempre astratta”.

       – Come può aver raccontato in tutti i romanzi la sua vita senza mai esporla?

Non esita: “L’ho risolto esponendola al massimo, considerando proprio l’arte un’astrazione. L’arte non è al servizio della vita. La vita è al servizio dell’arte, perché l’arte è la verità della vita. Diceva Boccioni: “Uscir da questa vita col massimo disprezzo per tutto ciò che non è arte”. L’arte per un artista è tutto. È suprema libertà. Questo non vuol dire distacco dalla vita. Ma la vita serve l’arte. La vita contemplata è forse la verità della vita e la sua bellezza. La bellezza, una parola che adesso fa ridere, perché ora è quella dei parrucchieri e dei sarti; neanche più degli artisti, perché spesso, quando sono grandi, finiscono per avere troppa dimestichezza con i sarti. La stessa Italia è un paese eccessivamente bello. Corre sempre il pericolo di essere distrutto, perché troppo visitato dai turisti che sono la negazione della bellezza. Il turista manca di rispetto. Alla base dell’amore per la bellezza ci vuole il rispetto. Il rispetto è una categoria morale. Un tempo fare gli artisti significava non rispettare la morale e questo voleva dire condurre una vita da sciocchi e soprattutto da vanitosi. Un poeta di Torino, quando entrava nelle case diceva: “Annunciare il poeta!” Chi era? Proprio non ricordo chi era”.

  – Signora Romano, Proust dice: “Tutta la mia vita è stata una vocazione”. Potrebbe autorizzare questa frase anche per la sua vita?

 “Oh, certo! Non ho mai fatto niente con uno scopo utilitario. Ho lavorato tutta la vita, erano compiti ed obiettivi che mi prefiggevo e che mi divertivano pure”. Esita. “Ricordo un episodio, forse divago troppo. Ma da giovane andavo a lezione di pittura da un bravo maestro ottocentesco. Poi, certi maestri intellettuali mi proposero di passare ad un artista più importante: Casorati. Un giorno incontro per strada il mio vecchio maestro. Io ero imbarazzata. Oggi non rifarei più una cosa del genere, ma io l’avevo tradito per un maestro più alla moda. Lui mi fece molte feste e mi dimostrò che mi aveva capita e compatita. Voglio dire che un vero artista è anche un uomo di grande generosità e

comprensione e supera quella che è una componente ed un limite dell’arte: la vanità. Una componente dell’arte è proprio l’etica”.

   – Una volta ha detto che le persone più misteriose sono quelle che ci sono accanto. Questa prossimità col mistero l’ha consolata o l’ha inquietata?

  “Mi ha consolata, perché senza mistero non c’è nessun fascino. Quello che attira nell’arte, come nelle persone, è il mistero, ma il mistero è un fatto quasi religioso, è qualcosa che non sarà mai rivelato. Il mistero rivelato è solo quello dei libri gialli. Leggevo sul giornale poc’anzi Umberto Galimberti; anche lui parla sovente di quanto occorre saper preservare il mistero. Senza mistero non c’è poesia. Nella scienza i misteri vengono continuamente svelati, perché questo è il suo compito. Ma nell’arte è un’altra cosa. Il mistero dell’arte è la poesia stessa. Il dolore nella poesia si sente,

ma non può essere spiegato. Ho scritto un libro di sogni Le Metamorfosi. Il titolo l’ho tratto dal poeta Ovidio, ma all’inizio del libro io riporto una frase del Talmud che dice: “Il sogno è la sua stessa spiegazione”. Il Talmud è un libro sacro. L’arte è la sua stessa spiegazione. Penso per questo che non vi sia distinzione tra poesia e prosa. Se uno è artista di qualunque arte deve solo sottintendere, non spiegare, deve rivelare, ma solo per brevi lampi. Non deve mai togliere completamente il velo. I libri vanno letti e riletti, perché la rivelazione non cessa, l’ultimo velo non cade mai, più si ritorna, più scopriamo qualcosa nel libro e in noi. Così è la memoria. Più ritorniamo indietro, più scopriamo che è  inesauribile il segreto. La memoria non è un computer che cataloga e archivia. La memoria È una scelta. L’artista sceglie, rinnova tutto con il suo giudizio e perciò ricrea continuamente”.

      – La memoria è anche fedeltà. Uno dei suoi autori della memoria, Proust, dice che lo stesso stile è fedeltà. Questa sua casa, tanto diversa da come l’avevamo immaginata, dimostra che lei non si è disfatta di nulla di quanto ha amato.

 Sorride a lungo : “Vuol dire che questa casa È troppo piena, mentre il mio stile é tanto sobrio? Diceva per l’appunto Flaubert: “Bisogna essere borghesi nella vita per essere rivoluzionari nell’arte”.

     Antonio Ria ci avverte che è tardi e che “Lalla é stanca”. Lei lo interrompe dolcemente, dice di avvicinarci, ci chiede della nostra vita, del lavoro, firma i libri che abbiamo portato con noi. Si accorge che é il giorno di Sant’Agata e, come cita un proverbio torinese, “si sciolgono i ruscelli”. Si schernisce, quando appone la data del 2000. Le tendiamo la mano, lei ci abbraccia e in quel momento penso che il suo carattere è anche festoso e improvviso, come in una bella foto di giovinezza in cui posa insieme a Casorati con le trecce e un abito di chiffon a fiori. Mentre stiamo per uscire la sentiamo dal fondo del corridoio chiedere: “Ci sono ancora le ragazze? Ora ricordo il nome del poeta… Si chiamava Pastonchi, sì, proprio Pastonchi”.  E Antonino Ria: “Ma cosa vuoi che importi alle ragazze di un poeta torinese di nome Pastonchi…”. (Lucia Tancredi, Scritture, ev 2000)